Il castello Pandone di Macchiagodena

Ippolir d'Aragona: poteri, funzioni e patrimonio architettonico nel Molise aragonese
a cura di Mariana Pizza, pubblicato il Dicembre 2025

Ippolita d’Aragona amministrò i feudi dei Pandone dopo la morte del marito Carlo (1498), esercitando tutela su Venafro, Cerro e Macchiagodena fino al 1514. Il Castello di Macchiagodena, nodo strategico tra Fortore e Appennino, presenta origini longobarde e trasformazioni quattrocentesche che ne alterarono la funzione difensiva. Il complesso riflette le stratificazioni proprietarie e architettoniche del territorio molisano.

Autore non identificato, Macchia d’Isernia – Panorama, ca. 1905–1920, stampa fotomeccanica su cartolina Cartolina illustrata da fotografia in bianco e nero, Macchia d’Isernia (IS)
Autore non identificato, Macchia d’Isernia – Panorama, ca. 1905–1920, stampa fotomeccanica su cartolina

Ippolita d’Aragona (fine XV – inizio XVI sec.), figlia di Enrico d’Aragona e Polissena Centeglia, appartenne al ramo principale della dinastia aragonese nel Regno di Napoli. La sua posizione genealogica, prossima alla linea regnante, le garantì accesso alla gestione diretta di patrimoni feudali e alle relazioni amministrative tra corte e nobiltà molisana. Nel 1491 sposò Carlo Pandone, conte di Venafro, assumendo competenze sui feudi familiari, tra cui il Castello di Macchiagodena. L’unione, promossa da Ferrante I d’Aragona, consolidò i legami tra la corona e i Pandone. Alla morte del marito nel 1498, Ippolita divenne tutrice del figlio Enrico e amministrò i feudi sino al 1514, intervenendo nell’organizzazione fiscale, salariale e militare dei territori di Venafro, Cerro e Macchiagodena.

Il Castello di Macchiagodena, situato su uno sperone calcareo dell’Alto Molise, costituiva un nodo strategico tra la valle del Fortore e l’interno appenninico. Le origini longobarde si articolano attorno a una struttura fortificata inclusa in una cinta ovoidale, da cui si sviluppò l’abitato verso l’area ecclesiastica di San Nicola, con la cappella di San Lorenzo posta sul margine del pomerio. Le fonti documentano la località come Maccla de Godino nel 964, poi Maccla Godina e infine Macchiagodena nel XVI secolo, tracciando una continuità insediativa e toponomastica.

Il controllo del castello riflette le principali fasi storiche del Molise: attribuito nel 1269 da Carlo I d’Angiò a Barrasio di Barrasio, passò ai Cantelmo nel XIV secolo e ai Pandone nel 1443, che avviarono un rinnovamento strutturale. In età quattrocentesca vennero attenuate le funzioni difensive, con trasformazioni quali l’eliminazione del fossato, l’apertura di balconi e finestre nelle cortine e l’abbassamento delle torri. L’aggiunta di una nuova torre e di un bastione centrale segnò l’integrazione di componenti residenziali e rappresentative.

Durante la reggenza di Ippolita, il castello svolse funzioni amministrative e di gestione territoriale, con interventi volti alla fruibilità degli ambienti interni. Nei secoli successivi il complesso passò ai Mormile, Gaetani, Scalera, Cicinelli, Sanfromondo e Del Tufo; nel 1575 ai De Angelis; nel XVII secolo ai Piscitelli; dal 1618 ai Caracciolo, fino alla vendita a Nicola Centomani nel 1781. Ulteriori passaggi interessarono i de Lellis, i Ciocchi e i de Salvio, fino al trasferimento alla Regione Molise nel 2010.

Il castello presenta una pianta poligonale, tendente al triangolo, determinata dalla morfologia del masso. Le torri in pietra squadrata, il portale meridionale protetto dalla torre orientale e il cortile interno quadrangolare definiscono l’impianto funzionale, mentre la sala circolare nella torre testimonia trasformazioni residenziali dell’età moderna.