il castello Pandone di Bojano
Giuditta di Molise, unica erede di Ruggero I e consorte di Tommaso di Celano, emerge tra XII e XIII secolo come figura centrale nella difesa e amministrazione della contea di Molise. Dal Castello Pandone di Bojano guidò la resistenza alle ribellioni dei baroni e negoziò con Federico II, incarnando il ruolo strategico e politico femminile in un contesto di autonomie baronali e conflitti feudali.
Illustrazione da Il Regno di Napoli in prospettiva, 1703 - Museo Civico Archeologico di Bojano (CB)
Abate Pacichelli, Giovan Battista, Boiano, 1692, incisione su rame
Giuditta di Molise, unica erede di Ruggero I di Molise e consorte di Tommaso di Celano, si distingue nel periodo di transizione tra la dominazione normanna e il consolidamento del potere svevo nell’Italia meridionale, tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo. La minorità di Federico II e l’instabilità politica favorirono l’espansione dell’autonomia baronale e la formazione di signorie territoriali instabili. La contea di Molise, soggetta a incursioni e conflitti tra famiglie feudali, vede Giuditta assumere un ruolo centrale nella dialettica tra potere feudale e centralizzazione imperiale, distinguendosi per capacità amministrativa e strategica.
Il Castello Pandone di Bojano, di origine longobarda e fulcro del gastaldato di Bojano nel principato di Benevento, fungeva da presidio difensivo e residenza signorile. Dopo le devastazioni saracene (860-882) e l’insediamento dei Normanni, con Rodolfo de Moulins (da cui il nome Molise) e successori, il castello divenne centro della contea, con ampliamenti sotto Ugo I e Ugo II che consolidarono confini e rapporti con le signorie monastiche di Montecassino e Loritello. Con il trattato di Silva Marca (1142), la contea fu formalmente istituzionalizzata come Comitatum Molisii.
Nel 1221, durante la ribellione dei suffeudatari contro Tommaso di Celano, Giuditta guidò la difesa del castello con i figli, fortificando la rocca fino a renderla quasi inespugnabile. Durante il primo assedio imperiale del 1222, Federico II giunse davanti alla fortezza; Tommaso fuggì, lasciando a Giuditta il comando. Gestì razionamento dei viveri, ordine politico e militare, mantenendo l’autorità per oltre due anni; gli assedianti le concessero un salvacondotto.
Convocata a corte come mediatrice, contribuì al trattato del 1223, che esiliò temporaneamente il marito e conferì a Giuditta pieni poteri amministrativi e giudiziari. Nel 1223–24, affrontò un secondo assedio, consolidando il ruolo di stratega e governante.
Il castello, articolato in tre settori funzionali (recinto per la popolazione, residenza signorile e corte alta), presentava ingresso principale a est, torri angolari, mastio, torre-cisterna e murature in opus incertum. Successivi interventi dei Pandone (XV–XVI secolo) trasformarono l’impianto in residenza tardo-medievale e rinascimentale, con finestre e balconi aperti dal vescovo Silvio Pandone (1489–1519). Dal XVIII secolo, carenze idriche, abbandono e bombardamenti del 1943 provocarono il declino della struttura; gli scavi degli anni ’80 hanno riportato alla luce torrette di rinforzo e suddivisioni interne, rendendo leggibili le diverse fasi storiche. La vicenda di Giuditta rimane indissolubilmente legata al Castello Pandone come centro politico, militare e amministrativo della contea.