Sant'Agata in carcere (dipinto) di Passeri Giuseppe (attribuito) - ambito romano (ultimo quarto sec. XVII)
dipinto
1675 - 1699
Passeri Giuseppe (attribuito)
1654/ 1714
Tela dipinta
- OGGETTO dipinto
- AMBITO CULTURALE Ambito Romano
-
ATTRIBUZIONI
Passeri Giuseppe (attribuito)
- LUOGO DI CONSERVAZIONE Galleria nazionale delle Marche
- LOCALIZZAZIONE Palazzo ducale
- INDIRIZZO Piazza Rinascimento, 13, Urbino (PU)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE Per le scelte al di fuori della collezione romana di papa Clemente XI Albani, ci si deve attenere alla circostanza che vede coinvolti i familiari del papa, in special modo, la personalità del Cardinal Annibale Albani fu figura determinante per la fisionomia artistica di Urbino che assorbirà un linguaggio figurativo di ascendenza romana ma permeato da un timbro vernacolare. Il documento più preciso, successivamente agli inventari romani, è sicuramente il manoscritto del Dolci del 1775 che riporta le "Notizie sulle pitture che si trovano nelle chiese e nei palazzi di Urbino". Questo documento sigla le differenze tra le grandi committenze romane e le opere mandate ad Urbino dal papa. Il Dolci precisa che il dipinto si trovava nel Collegio dei Padri delle Scuole Pie, fatto edificare da Clemente XI, nell'Oratorio dei convittori. In "Delle chiese di Urbino e delle pitture in esse esistenti", compendio storico abbozzato dall' arciprete d. Andrea Lazzari" del 1801 si indica che "Nell'Oratorio superiore, detto de' Signori Convittori, il Quadro di S. Agata in carcere, ora esistente nella Foresteria de' PP. Scolopj, lo vogliono di Guido Reni; ma è opera bellissima del Passeri". La tela proveniente dal Collegio Raffaello, edificio eretto sulla piazza del pian di Mercato dall'architetto romano Alessandro Specchi e grazie all'iniziativa del papa Clemente XI, è attribuita all'artista Giuseppe Passeri, un importante artista del barocco romano che studiò nella Bottega di Carlo Maratta. Il Passeri fece parte di quei pittori che si ritrovano nelle committenze Barberini. Egli aveva lavorato per i Barberini, da giovane, per il palazzo alle Quattro Fontane, decorando l'appartamento al piano terreno dell'ala nord. Le doti figurative che aveva appreso erano l'eleganza e la purezza della composizione, la raffinatezza del colore, quel gusto caratterizzato da un accorto dosaggio di classicismo ed estro barocco che si ritrova nella tela rappresentante Sant'Agata in carcere, databile tra il 1675 e il 1699. Essendo il nostro aderente ad un classicismo di stampo bolognese che prevedeva una patetica interpretazione dei temi prescelti, se si confronta la Sant'Agata del Passeri con un precedente di Giovanni Lanfranco, della Galleria Corsini di Roma, emergono divergenze stilistiche fondamentali. Il Parmense consegna un dipinto di grande impatto emotivo, il momento della guarigione miracolosa, frutto delle suggestioni correggesche, del caravaggismo, seppur depurato attraverso l'uso del chiaroscuro e di un'atmosfera notturna gravida di intimità debitrice della lezione di Raffaello. La mozione degli affetti passa tra le figure. Il Passeri rappresenta invece il momento in cui la giovane Agata, martirizzata a soli 13 anni rifiutando di abiurare pubblicamente la fede cristiana, è rinchiusa in carcere dopo essere stata processata. L'evento miracoloso, che avverrà di lì a poco, è preannunciato dalle figure di San Pietro e l'angelo che appaiono distanti dalla giovane ed immersi in una luce dorata che lacera la fitta coltre di nubi scure. La donna è incatenata ad una sedia con le mani e i piedi atteggiati in una resa composta e raffinatissima. Il suo corpo non esprime la rigidità del dolore, piuttosto una languida e sensuale mollezza data dalla scelta di unirsi allo sposo divino attraverso il martirio. La tunica bianca scivola offrendo alla vista il seno integro in tutta la sua acerba perfezione. Molto efficace risulta essere la timbratura cromatica perentoria dei toni del rosso cremisi del panneggio e del suo risvolto che vira verso un rosso purpureo. Il suo volto, più che sofferente, è già presago della beatitudine che l'attende. Non c'è dramma ma deliquio e muliebre rassegnazione per il dolore subito dagli strumenti di tortura a cui volge quietamente lo sguardo verso il basso: le tenaglie, con le quali le fu violentemente strappata una mammella. Da un punto di vista compositivo la differenza di trattamento tra la figura della protagonista e dei due intermediari è estremamente marcata. Le due figure Pietro taumaturgo e l’angelo appaiono deboli nel disegno e nella volumetria dei corpi, forse di mano diversa dall'artista per la trattazione sommaria e poco incisiva dell’evento. Diversamente la protagonista assorbe congruamente lo spazio attraverso la trattazione monumentale di matrice romana
- TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 1100263388
- NUMERO D'INVENTARIO 1990 D 170
- DATA DI COMPILAZIONE 2009
-
DATA DI AGGIORNAMENTO
2024
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0