Martirio dei SS. Quirico e Giulitta

dipinto post 1734 - ante 1734

Sulla sinistra il giudice, assiso su un seggio, retto da gradini, indica al carnefice, raffigurato in piedi a destra con la spada sguainata, la cristiana Giulitta legata ai polsi, che sta per essere decapitata. La martire è inginocchiata dinnanzi al figlio, il piccolo Quirico scaraventato a terra, ormai cadavere. Secondo la tradizione Giulitta e Quirico, madre e figlio, non volendo abiurare la loro fede cristiana, sarebbero stati uccisi a Tarso in Cilicia durante la persecuzione dei cristiani avvenuta sotto l'imperatore Severo Alessandro (222-235). Giulitta, percossa davanti al figlio di tre anni che, in braccio al giudice, costretto a guardare la scena, graffia il volto dell'aguzzino e per questo viene scaraventato violentemente a terra rompendosi il cranio. La madre viene quindi torturata e decapitata. In alto, in gloria fra nuvole e angeli, campeggia S. Siro vescovo e protettore di Pavia con il braccio minaccioso alzato, a sinistra in primo piano un cagnolino sembra saltar fuori dalla tela. I personaggi principali, dalla grande solidità formale, risaltano su uno sfondo architettonici ridotto all'essenziale.

  • FONTE DEI DATI Regione Lombardia
  • OGGETTO dipinto
  • MATERIA E TECNICA legno/ doratura
    legno/ intaglio
    tela/ pittura a olio
  • AMBITO CULTURALE Scuola Lombarda
  • ATTRIBUZIONI Magatti, Pietro Antonio (attribuito)
  • LUOGO DI CONSERVAZIONE Musei Civici di Pavia
  • LOCALIZZAZIONE Castello Visconteo
  • INDIRIZZO Viale XI febbraio, 35, Pavia (PV)
  • NOTIZIE STORICO CRITICHE La grande pala d'altare viene commissionata al pittore varesino Pietro Antonio Magatti (1691-1767) dal nobile prelato Carlo Ambrogio Mezzabarba (patriarca di Alessandria d'Egitto, commissario apostolico in Cina e vescovo di Lodi) per ornare l'Oratorio gentilizio, progettato nel 1733 dall'architetto pavese Giovanni Antonio Veneroni, dipendente dal vicino palazzo di famiglia. La cappella privata sorge sull'area di un'antica chiesa intitolata a S. Quirico (dedicazione mantenuta dai Mezzabarba) demolita per dare maggior respiro scenografico alla nobile dimora, realizzata in forme barocchette dal Veneroni stesso. La tela con i Santi Quirico e Giulitta, collocata sull'altare maggiore dell'Oratorio Mezzabarba entro una cornice marmorea disegnata dal medesimo architetto, era affiancata da due medaglie di squisita fattura affrescate dal Magatti ("Immacolata Concezione" e "S. Carlo Borromeo che presenta a S. Giovanni Battista il modello del collegio pavese"). Completano la decorazione pregevoli stucchi rocaille, il medaglione ad affresco nella volta con la "Gloria dei Santi titolari" del milanese Francesco Bianchi e quattro tele, oggi disperse, di Giovanni Battista Sassi. Carlo Ambrogio Mezzabarba commissiona al Magatti anche e la decorazione affrescata, al fianco di Giovanni Angelo Borroni e di Francesco Bianchi, di alcune sale di palazzo Mezzabarba, per il quale il pittore varesino è nominato anche perito per gli stucchi. Il 1734, l'anno dei consacrazione dell'oratorio, come si evince dalla lapide immurata all'interno, è verosimilmente anche l'anno di esecuzione della grande tela, la cui commissione fu forse suggerita dal Veneroni, attivo nella chiesa pavese di S.Marco, proprio negli anni in cui Magatti realizza il "Battesimo di S.Marco" (1732) e la "Visione di S.Francesco di Paola" (ora ambedue in S. Francesco). Magatti in questa pala, apparentemente semplificata rispetto ad altri dipinti, sperimenta una studiata organizzazione compositiva e spaziale, in cui lo sfondo architettonico è ridotto all'essenziale, mentre vengono valorizzati i personaggi dalla grande solidità formale e l'ampia gestualità. Il pittore varesino esibisce in questa tela una sicura sapienza compositiva, conferendo alla scena un effetto di grandiosità mediante un taglio diagonale e le linee divergenti su cui imposta le figure principali, relegando quelle secondarie, armigeri e cavalli, sullo sfondo. Le diagonali convogliano lo sguardo dello spettatore verso la protagonista, Giulitta col capo reclinato per ricevere il colpo fatale del boia, ma nello stesso tempo collegano le figure e i diversi momenti della narrazione. La pala è uno degli esempi più significativi della pittura barocchetta lombarda che si connota per uno stile leggero e aggraziato, ricco di raffinatezze formali ed espressive, dalle forme voluttuose e preziose, dai toni "languidi" che sembrano attenuare la tragicità del momento del martirio. La materia pittorica evidenzia una stesura a pennellate larghe e trasparenti, con gamme cromatiche dai toni freddi, azzurri e verdi, vicini al pastello. Nella grande tela pavese sono riconoscibili molte citazioni da altre opere del maestro varesino, presenti numerose anche in città (in S. Marco, S. Felice, S. Giacomo, S. Teresa, SS. Primo e Feliciano, S. Francesco, S. Giuseppe), peculiari della sua cifra stilistica. La posa del capo di Giulitta, il cane, la mano del tiranno, le fisionomie della Santa e di S.Siro sono mutuate da un formulario iconografico proprio della produzione di Magatti.\nPer Zatti si tratta di "una composizione di straordinaria invenzione, che fonde e armonizza l'ethos e il pathos, la drammaticità e la truculenza della scena dei carnefici con la dolcezza della Santa raccolta sul bambino".
  • TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
  • CONDIZIONE GIURIDICA proprietà Ente pubblico territoriale
  • ENTE SCHEDATORE R03/ Provincia di Pavia
  • DATA DI COMPILAZIONE 1996
  • DATA DI AGGIORNAMENTO 2014
  • LICENZA METADATI CC-BY 4.0

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