Paesaggio con il battesimo di Cristo e l'andata a Emmaus. Paesaggio con il battesimo di Cristo e l'andata a Emmaus
dipinto
1520 - 1520
Met De Bles Herry Detto Il Civetta (1480 Ca./ 1550)
1480 ca./ 1550
Il dipinto raffigura un paesaggio all'interno del quale si riconoscono le scene del battesimo di Cristo e dell'andata a Emmaus. Il centro della scena è dominato da uno sperone roccioso con un fiume, a sinistra, e montagne in lontananza con un castello, a destra
- OGGETTO dipinto
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MATERIA E TECNICA
tavola/ pittura a olio
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ATTRIBUZIONI
Met De Bles Herry Detto Il Civetta (1480 Ca./ 1550)
- LOCALIZZAZIONE Museo di Castelvecchio
- NOTIZIE STORICO CRITICHE Ritenuto della maniera di Paul Bril al suo ingresso nelle collezioni civiche e rimasto privo di fortuna critica fino al restauro effettuato nel 1997, il dipinto si è rivelato un documento figurativo di grande interesse non solo nell’ambito degli studi sulla pittura fiamminga ma anche per la storia dell’arte veronese. Lo scenario paesaggistico in esso raffigurato fu infatti riprodotto fedelmente sia da Giovan Francesco Caroto in una “Madonna con il bambino” passata sul mercato antiquario nel 1981 (Sotheby’s, Firenze, 13 maggio, lotto 262) e in una pala d’altare della sua bottega con la “Madonna in gloria e i santi Pietro e Giovanni evangelista” nella parrocchiale di Santa Maria Assunta di Engazzà (Rognini 1998, pp. 168-169), sia da Domenico Brusasorci in un affresco raffigurante “San Giovanni a Patmos” dipinto sopra il portale esterno della chiesa di San Giovanni in Foro a Verona, lungo la strada principale della città antica, la via del Decumano (Rossi 1997, pp. 180-183, figg. 9-10). I due artisti veronesi si ispirarono al modello fiammingo a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, probabilmente tra il 1530 e il 1550, e ciò dovrebbe significare che il quadro del Museo era visibile a Verona prima di quelle date. Dallo studio degli inventari di antiche quadrerie sembra ipotizzabile che esso si trovasse fin dall’inizio nella collezione Bevilacqua, una delle grandi collezioni storiche cittadine sopravvissuta quasi intatta fino all’inizio dell’Ottocento, dove un inventario steso da Saverio Dalla Rosa nel 1805 ricorda un paesaggio di soggetto analogo «detto di Brill ma di più antico incerto fiammingo» accanto a un altro con la "Chiamata di Pietro dalla barca" (Franzoni 1970, p. 176 nn. 54-55). Se così fosse, la sigla antica «CQA» dipinta sul retro della tavola, la stessa riscontrabile in un altro dipinto del Museo (inv. 1455-1B0816, “Madonna con bambino e monaco”), potrebbe riferirsi alla collezione Bevilacqua. Se da un lato non sembrano esserci dubbi sul periodo in cui l’opera doveva trovarsi a Verona, una questione veramente spinosa riguarda invece il suo ambito di produzione, difficilmente accertabile a causa del mediocre stato di conservazione in cui versa la superficie pittorica, che ha sofferto la grave perdita delle velature e di strati profondi del colore e ha subito in passato interventi di ridipintura difficilmente distinguibili da quanto è rimasto di originale. L’esame al microscopio effettuato sulle campiture del cielo ha rilevato particelle di azzurrite originale molto rade e, in generale, una stesura veloce e sintetica delle pennellate, minuziosa soltanto nei dettagli architettonici dei castelli e della casetta in primo piano. Il disegno soggiacente evidenziato agli infrarossi è un debole tracciato di rifinitura appena leggibile che non offre elementi utili alla valutazione. In un primo tempo si era suggerito come possibile autore Herri met de Bles detto Civetta (Rossi 1997), famoso in Italia fin dal Cinquecento e del quale in area centro-settentrionale sono tuttora presenti diverse opere provenienti da antiche collezioni. L’ipotesi era stata dedotta dal confronto con altre versioni pittoriche del fortunato schema paesaggistico, tra le quali però l’unico esemplare sicuramente della mano di Civetta è una variante raffigurante proprio la "Chiamata di Pietro dalla barca", pervenuta al Museo di Capodimonte di Napoli dalla storica collezione Farnese di Parma (inv. 84484, cm 27 x 36), mentre le altre ricadono nell’anonima schiera dei seguaci (tra le opere dubbie si veda anche la versione a Roma, Galleria Borghese, inv. 359, cm 35 x 56, probabile autografo per Serk 2000, pp. 210-211 n. 27). Ma nel dipinto di Capodimonte si evidenzia tutt’altra stesura rispetto al caso veronese: le tipiche tonalità di azzurri verdi e bruni chiarissime, lattiginose e sfumate in lontananza, unite a un finissimo disegno dei dettagli, contro il tracciato meno minuzioso e la maggiore densità di colore e di chiaroscuro della versione in questione, che ha perduto l’equilibrio dei valori cromatici e degli impasti pittorici e rimane pienamente apprezzabile solo nel sottile disegno dei castelli, dei casolari di campagna e nei tocchi freschi e accesi delle pennellate con cui sono fissate le minuscole figure dei partecipanti ai due momenti evangelici in primo piano e quelle, ancor più piccole e lontane, che sfilano all’uscita del castello sulla rocca. Con tutta la problematicità del caso, Francesca Rossi (2010, pp. 367-368) sottolineava l’utilizzo di un supporto in pioppo, largamente diffuso nella produzione italiana ma non altrettanto documentato nei Paesi Bassi, elemento che farebbe supporre un’esecuzione in territorio italiano, da parte di un maestro fiammingo la cui attività rimane generalmente inquadrata nell’ambito della pittura anversese di paesaggio, nel quale de Bles e il suo predecessore Patinir furono senza dubbio personalità di punta ma non gli unici attori. (da Francesca Rossi 2010, pp. 367-368)
- TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
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CONDIZIONE GIURIDICA
proprietà Ente pubblico territoriale
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0500715219
- NUMERO D'INVENTARIO 5192
- ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza
- ENTE SCHEDATORE Comune di Verona
- ISCRIZIONI sul retro della tavola - N.45 (?) - capitale -
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0