ninfeo

Reggio di Calabria, post 500 a.C - ante 1000 d.C

Il complesso archeologico in tutte le sue fasi risulta condizionato dalla particolare geomorfologia della zona. Determinante è infatti l'influenza esercitata sia dalla vicinanza del mare che dalle ultime pendici dell'Aspromonte che, infine, dalla foce di un torrente (odierno S. Lucia) di cui non conosciamo il nome antico. Tutto ciò ha determinato la necessità di operare, nel corso dei secoli, numerosi interventi tendenti a regolarizzare l'assetto territoriale di questa zona che, pur trovandosi all'esterno della cinta muraria, doveva rivestire una grande importanza (probabilmente dovuta alla vicinanza del porto). Il primo intervento edilizio della zona è testimoniato da un muro (U.S. 69 Area II), con andamento nord-sud, formato da blocchi di arenaria (130x60x60 cm), messo in luce per due assise di blocchi. Inoltre, blocchi delle stesse dimensioni e materiale sono stati visti durante gli sterri (inverno 1960) per la costruzione della rete fognaria. Si tratta di un muro di terrazzamento, o analemma, forse da mettere in relazione con il tempio di Artemis Phakelitis la cui presenza nella zona è ipotizzata da G. Vallet (Rhégion et Zancle, Paris 1958, pp. 124, 130ss.) sulla base di un passo di Tucidite (Thuc. VI, 44, 2-3) e sulla scorta dei rinvenimenti del secolo scorso (Caminiti, NSc 1889, pp. 196-198, Di Lorenzo, NSc 1886, pp. 33-64; Orsi, NSc 1890, p. 267; Galli, NSc 1942, p. 203). Coevi alla distruzione di questo muro, databile alla fine del IV a.C., sono alcuni strati di frequentazione e di sedimentazione fluviale individuati nell'area I, che indicano come in questo periodo il torrente corresse nel suo letto naturale privo di argini. Contemporaneamente, a ridosso del crollo del muro in blocchi, si situano alcuni poveri ambienti, con probabile funzione artigianale, obliterati alla fine del II a.C. da una colmata artificiale contenuta da un poderoso muro di terrazzamento con contrafforti. Un'analoga situazione è riscontrabile nell'area I. Nella seconda metà del I d.C. abbiamo una nuova monumentalizzazione della costa reggina che, partendo da un ninfeo ad esedra aperta semicircolare con cisterna retrostante e snodandosi attraverso due lunghi simmetrici muri a nicchie semicircolari (aventi funzione di contenimento della scarpata retrostante), comprendeva, nel lato nord, anche la canalizzazione del torrente. La copertura della cisterna, in un primo momento, è costituita, come indicano i due contrafforti a metà delle pareti, da una doppia crociera su pianta rettangolare che deve essere stata sostituita, in una seconda fase, da un solaio poggiato su un muro mediano. La presenza della cisterna può fare ipotizzare, inoltre, che il ninfeo dovesse trovarsi al termine di un acquedotto, un diverticolo del quale, del resto, è stato rinvenuto nel secolo scorso in un'area immediatamente ad est di quella presa in esame (Turano, 1966, pp. 159-162). Per i ninfei con serbatoio retrostante cfr.: B. Pace, La cosiddetta Naumachia di Taormina, BArte 1930, pp. 376-380; M. Santangelo, Taormina e dintorni, Roma, 1950, pp. 76-79; G. Lugli, La tecnica edilizia romana, pp. 607, 630, tav. CLXXXII,3; L. Crema, L'Architettura romana, p. 508, fig. 666; L. Crema, op.cit., p. 164, fig. 157; Lugli, op. cit., tav. LX, 2. Per i ninfei ad "alae" cfr.: S. Gsell, Les monuments antiques de l'Algérie, I, 1901, pp. 242-245, P. Romanelli, Leptis Magna, in Africa Italiana, p. 114-116; aut. cit., Topografia ed Archeologia dell’Africa Romana, 1970, pp. 193-194). Verso la metà del III d.C., durante un periodo di crisi generale (nel 246 una pestilenza spopola Reggio), a ridosso dell'ultima nicchia a nord (area I) si istallano degli ambienti di tipo rustico. L'area non conosce altre edificazioni fino alla metà del IV d.C. epoca in cui, sul medesimo allineamento del muro a nicchie settentrionale, viene costruito un muro di contenimento fronteggiato da un porticato, in opera vittata. Una scalinata permetteva l'accesso alla terrazza superiore. Contemporaneamente viene ristretto il corso del torrente con la costruzione di nuovi argini, nel canale sbocca inoltre una canaletta a sifone adibita al deflusso delle acque di scarico. Successivamente la parte degli argini più vicina al mare crolla, viene rasata e ricoperta da un battuto di sabbia che sostituisce il pavimento in calce del porticato. L'intero complesso, probabilmente in seguito ad un maremoto, viene distrutto e sepolto da uno strato di sabbia alto 1150 m ca. L'area conosce quindi un periodo d'abbandono facilmente spiegabile con le vicende della guerra greco-gotica (Procopio Bell. Goth. I, 8,6-8). Alla prima colonizzazione bizantina (metà VI d.C.) si lega la costruzione di un complesso artigianale specializzato probabilmente nella lavorazione del pesce, costituito da muri a secco che formano degli ambienti allungati circondati da un corridoio, che gravitano intorno ad un cortile porticato. Questi ambienti sono caratterizzati da una serie di vasche circolari collegate a lunghi canali defluenti (cfr. J.P. Darmon in Africa, 2, 1968, p. 274, tav. I, fig. 2). Alla distruzione del complesso (prima metà VII secolo) fa seguito una seconda riedificazione sempre a carattere artigianale. Intorno ad un unico cortile porticato si affacciano due nuclei abitativi costituiti ognuno da tre ambienti, destinati probabilmente a diverse fasi della lavorazione del pesce, caratterizzati uno da una lunga canaletta per l'evacuazione delle acque, l'altro da una vasca quadrata collegata da una canaletta ad una vasca semicircolare (cfr. M. Ponsich, M. Tarrodell, Garum et industries antiques de salaison, 1965); il terzo ambiente è suddiviso in due vani da un tramezzo. Gli ambienti, pavimentati con battuti in calce, avevano un alzato ad incannucciata intonacata su zoccolo di pietre e in paglia o legno (cfr. A. Guillou, 1976, Abitazioni di Rimini). Il complesso in esame è l'unico esempio conosciuto di architettura abitativa bizantina di questo periodo dell'Italia Meridionale continentale; come altri esempi siciliani (cfr. P. Pelagatti, Caucana. Scavi nei pressi di Capo Sgalambro, in BArte 1966, p. 97, P. Pelagatti, Scavi e ricerche archeologiche nella Provincia di Ragusa, in ArchStSir 12/1966, pp. 23-29, D. Adamesteanu, Nuovi documenti paleocristiani nella Sicilia centro-meridionale, in BArte 1963, p. 259; B. Pace, Arte e civiltà nella Sicilia Antica, 1949, IV, pp. 166-167, A. Guillou, La Sicilia Bizantina in ArchStSir 4/1975-1976, pp. 44-89, A. Guillou, I Bizantini in Italia, in Storia d’Italia, 1980, pp. 275-289) è costituito da nuclei, che trovano coi fronti anche ad Antiochia ed Atene (cfr. R. Krauthaimer, Early Christian and Byzantine Architecture, 1975, pp. 51, 105, 107-108, 249). Abitazioni simili sono testimoniate dalle fonti a Bari nel X sec. (cfr. F. Nitti di Vita, Le costruzioni edilizie di Bari nei secoli X-XII. Appunti da documenti del tempo). È necessario notare, poi, che gli impianti analoghi rinvenuti in Africa ed in Spagna sono sempre situati in simili situazioni geografiche; sono sempre posti in prossimità della costa, nelle vicinanze di una baia e un corso d'acqua. Per l'industria del pesce cfr. C. Jardin, Garum et sauces de pois son dans l'Antiquité, RSL XXVII/1961, pp. 70-96. Bisogna inoltre notare che anche durante le due fasi bizantine è continuata l'opera di terrazzamento mediante muri di contenimento. Il definitivo abbandono dell'area, a partire dalla metà del VII secolo, può ricollegarsi alla minaccia costituita dalle frequenti incursioni arabe, di cui abbiamo documentate quello degli anni 888-9, del 901 e del 918. L'ultimo intervento edilizio documentato, prima della ottocentesca Stazione Lido, è costituito dall’edificazione, in età medievale degli argini del torrente S. Lucia, spostatosi via via più a sud nel corso dei secoli

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