Ava Gardner; John Huston; Walter Chiari

negativo servizio, XX anni sessanta
  • OGGETTO negativo servizio
  • SOGGETTO Attrici - Gardner, Ava <1922-1990>
    Registi - Huston, John <1906-1987>
  • MATERIA E TECNICA gelatina ai sali d'argento (acetati)
  • CLASSIFICAZIONE FOTOREPORTAGE
  • ATTRIBUZIONI Jovane, Francesco (1930/04/18-2002/12/15): fotografo principale
  • LUOGO DI CONSERVAZIONE Archivio fotografico IL DIDRAMMO - Museo Didattico della Fotografia
  • LOCALIZZAZIONE Convento di San Domenico
  • INDIRIZZO Via San Domenico, Sarno (SA)
  • NOTIZIE STORICO CRITICHE Ava Lavinia Gardner (Grabtown, 24 dicembre 1922 – Londra, 25 gennaio 1990) è stata un'attrice statunitense. Tra le più grandi e celebri dive dell'epoca d'oro di Hollywood, fu nota tra gli anni quaranta e gli anni sessanta per la sua bellezza, tanto che venne soprannominata all'epoca "l'animale più bello del mondo". L'American Film Institute ha inserito la Gardner al venticinquesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema. Attrice di straordinaria bellezza e dalla spiccata personalità, seppe in genere dosare il fascino e il talento di interprete, anche se forse, come pubblicamente dichiarato da lei stessa, non venne sempre valorizzata dai registi e soprattutto dalla casa produttrice MGM, con cui rimase a lungo sotto contratto. Nel 1953 si trasferì in Italia, subentrando a Rita Hayworth nel ruolo di Maria Vargas nel film La contessa scalza di Joseph L. Mankiewicz[2], in cui offrì forse la sua migliore interpretazione, accanto a Humphrey Bogart, Rossano Brazzi e Valentina Cortese. Dopo un'ottima prova anche in Sangue misto (1956) di George Cukor, accanto a Stewart Granger, l'attrice prese parte alla commedia La capannina (1957) di Mark Robson, che ebbe poco successo ma che le fece ritrovare il collega italiano Walter Chiari, conosciuto già a Roma qualche anno prima e con il quale ebbe una relazione seguita con particolare accanimento dalla stampa rosa dell'epoca.Verso la fine degli anni cinquanta la bellezza della Gardner iniziò a sfiorire prematuramente, anche a causa di una vita piuttosto sregolata e dell'alcolismo. Invitata dal noto torero Luis Miguel Dominguín, con il quale ebbe una breve relazione, partecipò a una corrida a Madrid, ove si era trasferita sin dal 1955, e fu colpita con un calcio da un toro. L'episodio, che suscitò molto clamore, la costrinse a lunghe cure ospedaliere e le lasciò un segno permanente sulla guancia, sia pure ben camuffato dai fotografi e truccatori di Hollywood. Di questo periodo sono La maja desnuda (1958) di Henry Koster, L'ultima spiaggia (1959) di Stanley Kramer, ove per l'ultima volta recitò accanto a Gregory Peck, e La sposa bella (1960) di Nunnally Johnson. Negli anni seguenti soltanto John Huston seppe valorizzarla al meglio ed anche in ruoli sorprendenti: La notte dell'iguana (1964), tratto dall'omonimo dramma di Tennessee Williams e girato in buon parte in Messico, è considerato dalla critica l'ultimo vero film da grande protagonista della Gardner, che grazie al ruolo di Maxine Faulk ottenne una candidatura al Golden Globe; in La Bibbia (1966) interpretò il ruolo della biblica Sara e sul set conobbe l'attore George C. Scott, con il quale ebbe una breve ma turbolenta relazione. L'attrice diede prova del suo talento anche nel kolossal 55 giorni a Pechino (1963) di Nicholas Ray, ove recitò accanto a Charlton Heston e David Niven, e in Sette giorni a maggio (1964) di John Frankenheimer, di nuovo al fianco di Lancaster. Tra la fine degli anni settanta e la prima metà del decennio seguente la Gardner limitò sensibilmente le sue apparizioni in pubblico e partecipò in maniera sporadica a produzioni cinematografiche e televisive - tra cui la miniserie A.D. - Anno Domini (1985) di Stuart Cooper - ma nelle quali, sia pure in età matura e in ruoli secondari, ebbe la possibilità di mostrare ancora il suo leggendario fascino. Apparve per l'ultima volta al cinema nel 1982, e in un film per la televisione nel 1986. Ava Gardner morì a Londra nel 1990, all'età di 67 anni, per le conseguenze di una polmonite, poco dopo aver ultimato il suo libro autobiografico dal titolo Ava Gardner: The Secret Conversations (pubblicato però negli Stati Uniti solo nel luglio 2013), ricco di aneddoti e rivelazioni sulla sua esistenza irrequieta, i tanti amanti e il rapporto non sempre facile con Hollywood. Huston, John (propr. John Marcellus) Regista, sceneggiatore e attore cinematografico statunitense, nato a Nevada (Missouri) il 5 agosto 1906 e morto a Middletown (Rhode Island) il 28 agosto 1987. Cineasta dalla forte personalità e dalla biografia leggendaria, fu circondato da una fama di ribelle anarcoide e di intellettuale amante dell'azione, della caccia e dell'avventura, che lo fece più volte accostare idealmente a E. Hemingway. Il tema conduttore della sua opera è stato tradizionalmente indicato nella rilettura amara e disincantata dell'epica individualista del cinema americano, spesso evocata attraverso un'impresa eccezionale che sfocia in una sconfitta: da qui le diverse interpretazioni cui sono stati sottoposti i suoi film, a seconda che l'attenzione privilegiasse lo scacco conclusivo o invece esaltasse il momento dell'esperienza avventurosa in sé. Questa impostazione tematica, vista con diffidenza dalla critica recente per il rischio di facili schematismi, è stata alimentata dalla stessa vita di H., artista dalla personalità irrequieta ed errabonda, che lasciò gli Stati Uniti per vivere a lungo in Irlanda e in Messico, e che volle imprimere toni avventurosi alla lavorazione di molti suoi film, girati spesso in America Latina, Africa, Asia, Europa (sulla vita leggendaria del regista nel 1990 è uscito White hunter, black heart, Cacciatore bianco, cuore nero, di Clint Eastwood, incentrato sull'ossessiva caccia all'elefante durante le riprese di The African Queen, 1951, La regina d'Africa). Inoltre il suo gusto per l'azione si accompagnò a uno spiccato interesse per prestigiosi soggetti letterari, che lo indusse a trasporre sullo schermo opere di celebri scrittori tra cui S. Crane, H. Melville, T. Williams, R. Kipling, J. Joyce. Oltre a numerose nominations, H. ottenne due Oscar nel 1949 per la migliore regia e per la sceneggiatura del film The treasure of the Sierra Madre (1948; Il tesoro della Sierra Madre). Figlio dell'attore Walter Huston e della giornalista Rhea Gore, padre di Anjelica, Tony e Danny, ebbe una formazione legata all'ambiente teatrale frequentato dal padre e a quello giornalistico della madre. Tuttavia le esperienze che H. amava ricordare erano quelle individuali e vagabonde vissute durante la giovinezza, quando era stato pugile in California, cavallerizzo in Messico, squattrinato intellettuale nell'Europa degli anni Trenta, sulla scia della lost generation. Dopo un breve periodo in cui si dedicò al teatro e al giornalismo, cominciò a svolgere l'attività di sceneggiatore, scrivendo tra gli altri il western Law and order (1932) di Edward L. Cahn, Jezebel (1938; La figlia del vento) di William Wyler, High Sierra (1941; Una pallottola per Roy) di Raoul Walsh, Sergeant York (1941; Il sergente York) di Howard Hawks, The killers (1946; I gangsters) di Robert Siodmak. Esordì nella regia nel 1941 con The Maltese falcon (Il falcone maltese o Il mistero del falco), di cui scrisse anche la sceneggiatura, suscitando subito grande interesse. Pur essendo infatti la terza trasposizione del romanzo di D. Hammet, fu uno dei film che diedero il via al ciclo noir degli anni Quaranta e venne apprezzato per l'efficace definizione dei personaggi, l'ottima direzione degli attori, l'uso della profondità di campo e, più in generale, per l'abile controllo del racconto, fedele al romanzo originario ma anche ai temi prediletti del regista. Dopo il successo di The Maltese falcon, seguì un decennio particolarmente fortunato, in cui H. si affermò come uno dei grandi registi americani della nuova generazione. Nel periodo bellico realizzò documentari di notevole intensità drammatica (Let there be light, 1945, che rimase vietato per decenni), mentre nel dopoguerra diresse una serie di film che consolidarono la sua fama. The treasure of the Sierra Madre narra le imprese di tre cercatori d'oro e gli effetti devastanti che l'arricchimento ha su uno di loro; l'avventura viene vista in questo caso come discesa nel buio di una visione paranoica e il film fu esaltato per la concezione della vita come scacco beffardo; Key Largo (1948; L'isola di corallo), tratto da una pièce di M. Anderson, ebbe ancora una volta il suo punto di forza nella direzione degli attori, anche se in un contesto esplicitamente teatrale; We were strangers (1949; Stanotte sorgerà il sole) racconta invece l'impresa di un gruppo di patrioti cubani che, durante la dittatura del generale Machado, scavano un cunicolo per compiere un attentato: la loro azione non riesce, ma dal fallimento scaturisce comunque una rivolta. Il film con cui culminò questa fase fu The African Queen, mescolanza di commedia, dramma e avventura imperniata sulla coppia Humphrey Bogart-Katharine Hepburn; ma il capolavoro di H. in questo periodo della sua carriera resta The asphalt jungle (1950; Giungla d'asfalto), tratto da W.R. Burnett, prototipo di tutto il filone cinematografico incentrato sull'organizzazione di una rapina: al centro, il parallelismo tra l'impresa criminale e la città capitalista, entrambi fondati su una minuziosa organizzazione che pretende di prescindere dalla presenza umana.Con l'inizio degli anni Cinquanta cominciò invece la fase più controversa della carriera di H., criticato per atteggiamenti giudicati elusivi davanti al maccartismo e remissivi di fronte ai produttori, che in alcuni casi stravolsero i suoi film al montaggio (The red badge of courage, 1951, La prova del fuoco). Dopo aver partecipato a iniziative antimaccartiste, il regista preferì infatti lasciare gli Stati Uniti della caccia alle streghe per trasferirsi in Europa (ottenne la cittadinanza irlandese nel 1964), lavorando a produzioni culturalmente ambiziose, sebbene talvolta qualitativamente discontinue. Questa fase altalenante coincise con la revisione del cinema statunitense attuata dalla critica francese, che vide in H. uno dei personaggi di maggiore discordia, trattato con ostilità dai "Cahiers du cinéma" (Jacques Rivette lo definì 'illustratore', 'eterno ex sceneggiatore', 'dilettante') e invece difeso dalla rivista "Positif" e da un'importante monografia di Robert Benayoun. Le discussioni nei suoi riguardi proseguirono a lungo: negli Stati Uniti, venne esaltato da James Agee e confinato tra i registi sopravvalutati da Andrew Sarris, capofila della tendenza auteuriste; in Francia, Bertrand Tavernier si schierò tra i suoi difensori, mentre Jacques Lourcelles ne sottolineò il crescente disinteresse per l'intreccio a vantaggio dei personaggi e della progressiva interiorizzazione del tema dello scacco. Un nodo cruciale della critica hustoniana, comunque, riguardò la questione dell'assenza, vera o presunta, di uno 'stile' personale, per lo più collegata alle sue caratteristiche di narratore, pronto a mettersi al servizio della sceneggiatura, orientando le ricerche figurative in funzione del racconto (fu particolarmente attento all'uso del colore).Tra le opere realizzate negli anni Cinquanta vanno ricordate Moulin Rouge (1952), sulla vita di H. de Toulouse-Lautrec, e Moby Dick (1956), in cui H. rilesse il capolavoro di H. Melville adattandolo alle esigenze spettacolari e divistiche (la scelta discutibile di Gregory Peck come Achab) e sostenendo con forza la sua interpretazione del romanzo come 'grande bestemmia'. A questo periodo, però, risalgono anche fallimenti come il discusso Heaven knows, Mr. Allison (1957; L'anima e la carne), The Barbarian and the geisha (1958; Il barbaro e la geisha) o The roots of heaven (1958; Le radici del cielo).Gli anni Sessanta furono scanditi invece dal western The unforgiven (1960; Gli inesorabili), interessante più per la crudeltà di alcuni dettagli che per il tema razziale, dagli ambiziosi Freud (1962; Freud, passioni segrete) e The night of the iguana (1964; La notte dell'iguana) tratto da T. Williams, dai divertissements The list of Adrian Messenger (1963; I cinque volti dell'assassino) o Sinful Davey (1968; La forca può attendere), dalla spettacolare operazione di La Bibbia (1966) prodotta da Dino De Laurentiis. Due sono tuttavia i titoli più significativi del decennio, entrambi caratterizzati da una personale ricerca narrativa e imperniati su un gruppo di personaggi: The misfits (1961; Gli spostati) sceneggiato da Arthur Miller, è una malinconica riflessione sullo smarrimento di un'America al crepuscolo, mentre Reflections in a golden eye (1967; Riflessi in un occhio d'oro), tratto da C. McCullers, è ambientato in una base militare e costruito su un raffinato gioco di sguardi tra personaggi tormentati.Conclusa la fase più contrastata della sua carriera con A walk with love and death (1969; Di pari passo con l'amore e la morte) e l'acida spy story The Kremlin letter (1970; Lettera al Kremlino), H. andò incontro a una vecchiaia professionalmente feconda, con opere che lo consacrarono a una più unanime attenzione critica, nonostante il permanere di alti e bassi. Il film della svolta fu Fat city (1972; Città amara ‒ Fat city), dove il ritratto disadorno di un pugile perdente si presta a una più ampia riflessione sulla condizione umana. Gli anni successivi confermarono la ritrovata vena del regista, prima con il western The life and times of judge Roy Bean (1972; L'uomo dai sette capestri), dove il suo humour si mescola alle provocazioni dello sceneggiatore John Milius, poi con The man who would be king (1975; L'uomo che volle farsi re) tratto da R. Kipling: in entrambi i casi, H. tornò ad affrontare il tema dell'avventura con una rinnovata libertà inventiva e narrativa. Gli ultimi anni lo videro impegnato in uno straordinario crescendo: se in Under the volcano (1984; Sotto il vulcano) affrontò l'amato M. Lowry con risultati discutibili, con il precedente Wise blood (1979; La saggezza nel sangue) aveva avuto successo, in Prizzi's honor (1985; L'onore dei Prizzi) offrì un pungente ritratto della mafia italoamericana in chiave grottesca, e conThe dead (1987; The dead ‒ Gente di Dublino), da J. Joyce, realizzò il più sobrio, e misurato tra i suoi adattamenti letterari. Proprio alla lavorazione di questo film è dedicato un documentario (John Huston and the Dubliners, 1987, di Lilyan Sievernich) che mostra il regista per l'ultima volta sul set alle prese con la sua irriducibile battaglia per la vita e per il cinema. D'altra parte H. non fu solo regista e sceneggiatore ma anche eccellente attore in decine di film tra cui The cardinal (1963; Il cardinale) di Otto Preminger, che gli valse una candidatura all'Oscar e il Golden Globe come migliore attore non protagonista, La Bibbia, dove interpreta Noè, e soprattutto Chinatown (1974) di Roman Polanski, dove è il vecchio Noah Cross, patriarca incestuoso e dispotico
  • TIPOLOGIA SCHEDA Fotografia
  • CONDIZIONE GIURIDICA proprietà privata
  • CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 1500953982
  • NUMERO D'INVENTARIO da JOV_000831_NP_0001 a JOV_000831_NP_0017
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania
  • ENTE SCHEDATORE Museo didattico della Fotografia
  • DATA DI COMPILAZIONE 2025
  • LICENZA METADATI CC-BY 4.0

RIUSATO DA

ALTRE OPERE DELLO STESSO AUTORE - Jovane, Francesco (1930/04/18-2002/12/15)

ALTRE OPERE DELLA STESSA CITTA'