Welles e Lea Padovani
positivo servizio,
XX anni sessanta
- OGGETTO positivo servizio
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SOGGETTO
Attori - Registi - Welles, Orson <1915-1985>
Attrici - Padovani, Lea <1923-1991>
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MATERIA E TECNICA
gelatina ai sali d'argento (acetati)
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CLASSIFICAZIONE
FOTOREPORTAGE
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ATTRIBUZIONI
Alfa Press Service S.n.c. – Agenzia Fotogiornalistica (1975-1990): fotografo principale
- LUOGO DI CONSERVAZIONE Archivio fotografico IL DIDRAMMO - Museo Didattico della Fotografia
- LOCALIZZAZIONE Convento di San Domenico
- INDIRIZZO Via San Domenico, Sarno (SA)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE Welles, Orson Regista e attore cinematografico e teatrale statunitense, nato a Kenosha (Wisconsin) il 6 maggio 1915 e morto a Los Angeles il 10 ottobre 1985. Geniale inventore di immagini, autore che ha riversato nella sua opera un'inesauribile capacità di sperimentare il linguaggio filmico, di elaborare strutture drammaturgiche e di dar vita, con le sue capacità istrioniche e interpretative, a grandi personaggi cinematografici, W. è considerato uno dei massimi artisti del 20° secolo. Quando la RKO gli propose un contratto mirabolante per il suo primo film, Citizen Kane (1941; Quarto potere), era già una celebrità. Ma dopo l'insuccesso di The magnificent Ambersons (1942; L'orgoglio degli Amberson) riuscì a girare appena una decina di capolavori quali The lady from Shanghai (1948; La signora di Shangai), Macbeth (1948), Othello (1952; Otello) ‒ che ottenne la Palma d'oro al Festival di Cannes ‒, Mr. Arkadin (1955; Rapporto confidenziale), Touch of evil, noto anche come Chimes at midnight (1958; L'infernale Quinlan), Le procès (1962; Il processo) e Campanadas a medianoche (1966; Falstaff). La madre, pianista e attiva femminista, morì nel 1924; il padre, inventore e industriale, nel 1928. La sua infanzia si svolse in un clima di effervescente creatività artistica. Nel 1926 W. entrò alla Todd School, dove perfezionò le sue doti drammaturgiche. Nel 1931 si recò in Irlanda, dove riuscì a farsi assumere dal Dublin Gate Theatre spacciandosi per un noto attore americano. Tornato negli Stati Uniti, a New York, seguì la troupe di Katharine Cornell e iniziò a lavorare alla radio, collaborando al celeberrimo The march of time, che presentava l'attualità sostituendo con attori i personaggi reali: W. prestò la sua voce polimorfa a decine di personalità. Dal 1936 al 1937 realizzò messinscene teatrali per il Federal Theatre, sovvenzionato dal Work Progress Administration (WPA). Tra le più innovative vanno ricordate quelle di Macbeth (1936), con attori di colore e spostamento della trama a Haiti, e The cradle will rock (1937), la cui prima, vietata dal WPA, fu improvvisata senza scenografie né costumi in un teatro vicino. Assieme a John Houseman fondò il Mercury Theatre. La fama di W. e il successo teatrale di Caesar (1937), adattamento da W. Shakespeare in costumi moderni e con riferimento al fascismo, spinse la CBS ad affidargli una trasmissione settimanale di un'ora, nella fascia serale di massimo ascolto. Ogni puntata in diretta era l'adattamento di un classico della letteratura. The Mercury Theatre on the air iniziò a diffondere l'11 luglio 1938. In tutto W. produsse, realizzò, interpretò e talvolta scrisse 80 puntate. Il repertorio spaziava da Treasure island di R.L. Stevenson a Heart of darkness di J. Conrood. Ogni storia era raccontata in prima persona, il gioco tra dialogo e narrazione e le invenzioni sonore furono portate a livelli tutt'ora insuperati di ingegno creativo. W. passava inuna stessa giornata da uno studio radiofonico all'altro, proseguendo le rappresentazioni teatrali, presenziando a convegni politico-culturali e moltiplicando gli interventi sui giornali. In tre anni, realizzò quel che a malapena un uomo di talento potrebbe compiere in una vita intera. Il 30 ottobre 1938 negli studi della CBS il Mercury Theatre stava preparando l'adattamento di Howard Koch di The war of the worlds di H.G. Wells, quando ci si accorse che si trattava di un brogliaccio improponibile; ma era ormai troppo tardi, bisognava andare in onda. Allora in W. nacque l'idea di ispirarsi al resoconto della catastrofe dell'Hindenburg, improvvisando una nuova sceneggiatura che raccontasse l'invasione dei marziani come un concitato radiogiornale. A quell'ora quasi tutti stavano ascoltando il ventriloquo Edgar Bergen e la sua marionetta nella trasmissione più seguita d'America, The chase and Sanborn Hour, per cui, quando alle 20,12 gli ascoltatori si sintonizzarono sulla CBS, i marziani avevano già occupato il New Jersey, distruggendo l'esercito e l'aviazione, e si stavano preparando a marciare su New York. La trasmissione gettò nel panico 1.750.000 persone. Fu al contempo il più grande scherzo del secolo e il fenomeno che rivelò al mondo il potere delle comunicazioni di massa, di cui The war of the worlds divenne l'emblema e la critica definitivi. Già allora W. era un 'prestigiatore' professionista, ma quella del 30 ottobre 1938 rimase la sua migliore falsificazione. Quel giorno l'America scoprì di aver dato i natali a un genio. E W. aveva appena ventitré anni. W. non raggiunse mai più un simile livello di popolarità, ma all'epoca non poteva immaginare che con l'arrivo a Hollywood la sua carriera avrebbe iniziato a declinare. Nei quarant'anni seguenti, il credito acquisito in meno di un decennio si logorò poco a poco. Una traversata del deserto durante la quale W. consumerà tutta la sua passione per il cinema, imponendosi come uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi. Durante l'estate del 1939 la RKO stilò un contratto unico nella storia di Hollywood, che permise a W. di realizzare il suo primo film in condizioni di libertà totale. Quando Citizen Kane fu proiettato in anteprima, la critica era pronta a stroncare la presunzione giovanile del regista, ma il film fu giudicato un capolavoro da quasi tutti. Ciononostante, Citizen Kane fu un fiasco colossale. W. si era parzialmente ispirato a un magnate della stampa, William Randolph Hearst, tanto potente quanto permaloso. Durante le riprese, Hearst affidò a Louella Parsons, maestra del pettegolezzo giornalistico, il compito di orchestrare una campagna negativa violentissima. Tanta ostile perseveranza ottenne l'effetto desiderato: la RKO fu intimorita dalle pressioni, e le minacce e i ricatti fecero cedere i distributori indipendenti. Malgrado i plausi, Hearst riuscì a distruggere il destino commerciale di Citizen Kane. Dire che Citizen Kane è il film che maggiormente influenzò i registi a venire è insufficiente. Sarebbe più esatto affermare che è inammissibile che un cineasta possa debuttare senza averlo visto. In meno di due ore, W. sconvolge la struttura narrativa, le tecniche di ripresa e di montaggio tradizionali. La trama inizia con la morte del protagonista, interpretato dallo stesso W., e procede a ritroso in modo frammentario, alla ricerca del significato dell'ultima parola pronunciata da Kane, "Rosebud": un pretesto per raccontare settant'anni di storia americana attraverso un personaggio emblematico e contraddittorio, in un incrociarsi di opinioni, aneddoti, falsi cinegiornali e pettegolezzi che percorrono tutti i lati possibili della vita di Kane. PADOVANI, Lea. – Nacque a Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, il 28 luglio 1920, da Ugo, vicentino, e da Ida Campanari, originaria della Corsica ma nata a Tuscania. Conseguita la maturità classica, sentì la vocazione del recitare e si iscrisse all’Accademia d’arte drammatica di Roma, che frequentò per due anni scolastici (1942-43 e 1943-44) nonostante il periodo bellico, tralasciando poi i corsi per esordire nel teatro di rivista, richiesta da Remigio Paone. Si esibì come ‘soubrettina’ in Cantachiaro nel settembre 1944 accanto ad Anna Magnani e Carlo Ninchi e diventò subito dopo acclamata protagonista con Erminio Macario dello spettacolo Febbre azzurra (1945) di Mario Amendola. Fu una rivelazione, ma al successo seguirono dure parole di Silvio D’Amico, allora direttore dell’Accademia, che non vide di buon occhio questa performance dell’allieva e non le permise di continuare la frequenza all’ultimo anno. Nell’immediato dopoguerra si dedicò al teatro di prosa e al cinema, riscuotendo soprattutto sul palcoscenico ottimi consensi. Nella stagione 1946-47 fu interprete finissima in Un uomo come gli altri di Armand Salacrou, la dolente Maddalena in una ripresa de I parenti terribili di Jean Cocteau e un’accattivante signora borghese in Spirito allegro di Noel Coward. Nella stagione successiva recitò in un’altra commedia di Coward, L’allegra verità, e in La tua giovinezza di Denys Amiel. Era però più attratta dal cinema: sebbene non fosse dotata di una buona fotogenia, aveva certamente un grande temperamento, adatto a tutti i generi. Il debutto avvenne nel 1945, accanto al suo vero scopritore, Macario, in L’innocente Casimiro per la regia di Carlo Campogalliani, tratto dalla commedie Scandalo in collegio di Amendola; aveva la parte di una collegiale bugiarda e impertinente, ma fu doppiata da Lydia Simoneschi. Il secondo film, Il sole sorge ancora (1946) di Aldo Vergano, fu un’ottima occasione per l’attrice che impersonò con molta partecipazione emotiva il personaggio di un’operaia antifascista coinvolta nella lotta partigiana in una delle prime pellicole sulla Resistenza; anche in questa occasione, tuttavia, fu doppiata, da Clelia Bernacchi. Pur apprezzata da critici e da un certo tipo di pubblico, per la Padovani era difficile trovare ruoli consoni alla sua preparazione artistica, ed era piuttosto richiesta per commedie di facile consumo o melodrammi talvolta un po’ pesanti. La buona conoscenza della lingua inglese le permise però di prendere parte all’ottimo Cristo fra i muratori (Give us this day, 1949) di Edward Dmytryk in cui impersonò con vigore un’italiana emigrata a New York, fra rinunce e umiliazioni, durante la crisi del 1929. Presentato al festival di Venezia del 1950, il film fu accolto con lodi e ovazioni per Padovani, tanto che fu presa in considerazione per il premio per la migliore interpretazione femminile, battuta sul filo di lana da Eleanor Parker, protagonista di Prima colpa di John Cromwell. Tornata in Italia, piena di speranze e di gioia per il successo personale nel film di Dmytryk, trovò nel cinema soltanto ruoli stereotipati nelle solite commedie o in drammoni melensi. Un’eccezione furono la parte della prostituta dal carattere estroverso che interpretò in Roma ore 11 di Giuseppe De Santis, basato su un fatto di cronaca, il crollo della scala di un palazzo romano affollato da ragazze in cerca di un impiego da dattilografa, quella di una donna spinta al marciapiede da una vita misera in Una di quelle di Aldo Fabrizi e quella leggermente più solare, ma sempre problematica, in Donne proibite di Peppino Amato, tutti girati nel biennio 1952-53. Il riscatto giunse nel 1954 quando Alessandro Blasetti le propose un vero personaggio, una dolente madre che non riesce a liberarsi di un neonato nell’episodio Il pupo inserito nello zibaldone Tempi nostri (1954). Il ruolo le permise, finalmente, di vincere un Nastro d’argento speciale per il complesso delle sue interpretazioni. Per lo stesso film le fu assegnata pure la Grolla d’oro 1954. Dotata di eccellente senso dell’umorismo e di ironica sagacia fu poi piacevolmente utilizzata in commedie leggere, tra cui Il seduttore (1954) di Franco Rossi, dove interpretò il ruolo di moglie di un Alberto Sordi bugiardo e incosciente, e Il fine dicitore, episodio di Gran varietà (1954) di Domenico Paolella, in cui cesellò con raffinatezza il ritratto di una soubrette gelosa. Decisamente migliore e più aderente alle sue corde il ritratto che in Pane, amore e… di Dino Risi (1955) fece di una zitella ritrosa e complessata, piena di pudori celati. Una deliziosa performance, cui fecero seguito, nello stesso anno, due pellicole franco-italiane di ottima realizzazione, Chéri Bibi di Marcello Pagliero e Fascicolo nero (Le dossier noir) di André Cayatte: nel primo nei panni di una reticente contessa e nell’altro di una vedova sospettata d’aver ucciso il marito. Fu inoltre presente in altri prodotti in coproduzione, come Montparnasse 19 (1958) di Jacques Becker, dove fu Rosalie, una delle donne del tormentato pittore Amedeo Modigliani. In quegli anni prese parte a parecchi film in costume di buon impatto popolare ma che nulla aggiunsero al suo profilo di attrice, come La contessa di Castiglione (1955) di Georges Combret, La Maja desnuda (1958) di Henry Koster e Mario Russo, La principessa di Clèves (1961) di Jean Delannoy: fra sontuosi abiti d’epoca e colori sgargianti, fu la principessa Matilde Bonaparte nel primo, la regina Maria Luisa d’Austria nel secondo, Caterina de’ Medici nel terzo. Come attrice cinematografica dovette in più occasioni subire l’onta di venire doppiata: da Dhia Cristiani in Due mogli sono troppe (1951) di Mario Camerini e in Guai ai vinti! (1954) di Raffaello Matarazzo, da Lydia Simoneschi in Atto di accusa (1950) di Giacomo Gentilomo, I figli non si vendono (1952) di Mario Bonnard, La contessa di Castiglione e Fascicolo nero; da Lia Curci in Una di quelle; da Rina Morelli in La Maja desnuda; da Clara Bindi nel ‘mélo’ Napoli è sempre Napoli (1954), di Armando Fizzarotti, dove come cantante fu doppiata da Tina Centi; e da Lydia Alfonsi in La barriera della legge (1954) di Piero Costa. Sentendosi trascurata dal cinema, Padovani nella seconda parte degli anni Cinquanta rivolse il suo interesse verso la televisione, che le offrì ottime possibilità in romanzi sceneggiati di successo: fu l’energica ed estroversa Jo in Piccole donne (1955) di Anton Giulio Majano e l’aristocratica Margherita in Il romanzo di un giovane povero (1957) di Silverio Blasi fino all’eccellente Ottocento (1959) di Majano, dove si distinse nel ruolo dell’imperatrice Eugenia di Montijo, moglie di Napoleone III. Più che sul grande schermo, furono i successi di questi sceneggiati a imporla all’attenzione del grande pubblico cui seguì il ruolo di un’attrice che voleva tornare sulle scene in Ragazza mia (1960) di Mario Landi, di ottimo gradimento. Ma già negli anni Cinquanta, Padovani aveva fatto un mirabile ritorno al teatro di prosa accanto a Ruggero Ruggeri e Andreina Pagnani in due opere di Pirandello, Tutto per bene e Enrico IV, entrambe nel 1953, per apparire poi da protagonista nella stagione 1957-58 in La gatta sul tetto che scotta dal testo di Tennessee Williams e regia di Raymond Rouleau, accanto a Gino Cervi e Gabriele Ferzetti. Si recò poi a Londra, richiesta come interprete per La rosa tatuata (1958), per la regia di Sam Wanamaker, e non sfigurò affatto nel confronto con Anna Magnani, protagonista dell’opera sul grande schermo
- TIPOLOGIA SCHEDA Fotografia
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CONDIZIONE GIURIDICA
proprietà privata
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 1500953850
- NUMERO D'INVENTARIO JOV_001639_ST_029
- ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania
- ENTE SCHEDATORE Museo didattico della Fotografia
- DATA DI COMPILAZIONE 2025
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0