Stranieri ad Ercolano
negativo servizio,
XX anni settanta
- OGGETTO negativo servizio
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SOGGETTO
Ercolano - Turisti stranieri
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MATERIA E TECNICA
gelatina ai sali d'argento (acetati)
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CLASSIFICAZIONE
FOTOREPORTAGE
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ATTRIBUZIONI
Alfa Press Service S.n.c. – Agenzia Fotogiornalistica (1975-1990): fotografo principale
- LUOGO DI CONSERVAZIONE Archivio fotografico IL DIDRAMMO - Museo Didattico della Fotografia
- LOCALIZZAZIONE Convento di San Domenico
- INDIRIZZO Via San Domenico, Sarno (SA)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE ERCOLANO (Herculaneum) Piccola città della Campania, posta a 4 miglia ad oriente di Napoli, lungo le basse pendici del Vesuvio che in quel luogo formava un piccolo promontorio eminente sulla linea del litorale, delimitato, ai due lati, dal letto incassato di due canali di carattere torrentizio (Sisenna, 4, fr. 53: oppidum tumulo in excelso loco propter mare, parvis moenibus, inter duos fluvios infra Vesuvium collocatum); era attraversata nell'antichità, come oggi, dalla grande via litoranea che, lungo il golfo, da Neapolis conduceva per Oplonte a Pompei, e di là a Stabiae e a Nuceria Alfaterna. La grande eruzione di lave fangose del 79 d. C., e la successiva eruzione di lave di fuoco del 1631, rialzando il livello di più di 20 m., adeguando tutte le irregolarità del terreno e ampliando la linea del litorale, hanno mutato profondamente la fisionomia dei luoghi. Su buona parte dell'area dell'antica città si sovrappongono i quartieri più popolosi dell'odierna Resina e nell'area del suburbio, fra molte ville patrizie, sorgono le grandi ville borboniche di Portici e della Favorita. Sebbene annoverata da Cicerone (De lege agr., II, 35, 96) fra i più importanti centri della Campania, deve, come Pompei, la celebrità alle circostanze del suo seppellimento e, soprattutto, alle scoperte di opere d'arte che nel secolo XVIII ne fecero il più ricco centro di scavi archeologici. Cenno storico. - Secondo la leggenda raccolta da Dionisio d'Alicarnasso (I, 35), Ercolano sarebbe stata fondata da Ercole al ritorno dal suo favoloso viaggio nell'Iberia, il che, al di fuori del mito, equivaleva a farne una città di nome e d'origine greca; e invero nella prima menzione che se ne ha in Teofrasto (314 a. C.) appare sotto il greco nome di ‛Ηράκλεια. Gli avanzi monumentali finora venuti in luce nulla ci dicono del periodo più antico, e nessun resto è finora apparso della cinta murale, dei parva moenia ricordati da Sisenna: solo il suo piano regolatore (vedi più sotto) ci richiama indubbiamente per la sua singolare regolarità e per l'orientazione stessa dei decumani e dei cardines, al piano regolatore di Napoli, e, in base ad esso, si può ritenere che il suo vero e proprio sviluppo urbanistico si sia modellato su quello della vicina grande città greca. Solo parzialmente attendibile è la notizia di Strabone (V, 4, 8, p. 246) che attribuisce il dominio della città prima agli Osci, poi ai Tirreni e ai Pelasgi e, da ultimo, ai Sanniti: certo, come a Pompei, un piccolo centro di popolazioni indigene dové preesistere al suo sviluppo di città; ma fin dalla fine del sec. VI a. C. essa dové cadere sotto l'egemonia dei Greci di Napoli e di Cuma che avevano in loro signoria tutto il litorale della Campania, dalla rocca di Cuma e dall'isola d'Ischia fino all'estremo capo della penisola Sorrentina (Capo Ateneo). Cadde con Pompei, e con essa tutte le altre città della Campania, in potere dei Sanniti, verso lo scorcio del sec. V a. C. È incerto se nella seconda guerra sannitica seguisse le sorti di Napoli (326) o piuttosto quelle di Nocera e di Pompei (307); certo è che nell'ultima riscossa degl'Italici contro Roma, ribelle anch'essa come Pompei e Nola, venne espugnata e vinta da un legato di Silla (89 a. C.), e da quel momento, perduta ogni sovranità, si trasformò in municipio romano ed ebbe forse, al pari di Pompei e di Sorrento, una colonia di veterani dell'esercito sillano. Del periodo sannitico abbiamo poche iscrizioni in dialetto osco; del periodo romano il materiale epigrafico venuto saltuariamente in luce dagli scavi (Corp. Inscr. Lat., X, 1401-77), ci offre la documentazione delle principali magistrature municipali e di un collegio di augustali; ricorrono inoltre varie iscrizioni onorarie di personaggi imperiali e del patriziato della città, e alcune relative a monumenti pubblici. Il terremoto del 63 d. C. dové avere per Ercolano le stesse e forse anche più gravi conseguenze che ebbe per Pompei: edifici pubblici e privati dovettero essere fortemente danneggiati e richiedere radicali opere di restauro o di completo rifacimento. Una testimonianza esplicita se ne ha nel Corp. Inscr. Lat., X, 1406, che ricorda il restauro fatto eseguire da Vespasiano al tempio della Mater deum in seguito alla rovina prodotta dal terremoto. Ma, a somiglianza di Pompei, Ercolano non aveva ancora finito di riparare i gravi danni della catastrofe del 63, quando sopravvenne l'estrema rovina con l'eruzione del 79 d. C. (24 agosto). Molto si è discusso sulle circostanze del seppellimento di Ercolano, che si presentano assai diverse da quelle di Pompei. Mentre cioè a Pompei si ebbe, per effetto della pioggia di lapilli e di ceneri trasportate dal vento, una stratificazione regolare di materiale eruttivo di 5-6 m. al massimo, ad Ercolano, invece, una massa informe di materiali eruttati e accumulatisi intorno al cratere e sulle pendici, trascinata dall'ingente volume delle acque che si accompagnano sempre alle grandi convulsioni vulcaniche, discese come un immenso torrente fangoso lungo la ripida china del monte, travolgendo e sommergendo ogni cosa; prima le ville a monte della città e poi la città stessa vennero sommerse da questa spaventosa alluvione che, dopo aver invaso e colmato ogni vuoto, trasformò totalmente l'aspetto dei luoghi: solidificandosi, questa lava di fango, che per il suo stato semiliquido era riuscita a penetrare in ogni spazio, ha assunto l'aspetto di un banco compatto, che, senza raggiungere la durezza del tufo, presenta gli stessi caratteri di una formazione tufoide (pappamonte), ineguale di composizione e di resistenza, a seconda delle varie correnti della colata. L'altezza del terreno di colmatura, che si è venuto così accumulando sulla città sepolta, compreso il terreno vegetale, va dai 12 ai 25 e più metri. Per quanto tali circostanze di seppellimento siano messe in dubbio da varî studiosi che attribuiscono la distruzione di Ercolano alla stessa pioggia di ceneri e di lapilli che seppellì Pompei, e l'indurimento del terreno a semplice precipitazione di carbonato di calcio, militano contro tale ipotesi i dati positivi dello scavo: e cioè, l'aver trovato smantellato il culmine della scena e della cavea del teatro, con gran parte delle statue travolte; il rinvenirsi dei frammenti di una stessa scultura a grande distanza lungo le vie trasformate in torrenti; il trovare ambienti coperti a vòlta, riempiti fino al sommo per la massa fluida che vi penetrò dai lucernarî superiori. Ma se tali circostanze hanno reso e rendono sommamente difficoltoso lo scavo, hanno peraltro servito a preservare la città da manomissioni e da ricuperi dopo la catastrofe, a conservare le parti alte degli edifici e inoltre, grazie alla quasi impermeabilità del terreno, a preservare il legno, che nell'edilizia antica aveva importanza assai maggiore di quel che non si possa giudicare dagli avanzi di altre città. Storia delle scoperte. - Per quanto la memoria di Ercolano non fosse del tutto scomparsa nella tradizione dotta locale (un accenno se ne ha nell'Arcadia del Sannazzaro, 1504), e non si possa escludere che gli abitanti della soprstante Resina, nello scavo delle fondazioni o nella perforazione di pozzi, non si siano più volte imbattuti negli edifici della sepolta città, tuttavia la prima importante scoperta di opere d'arte si deve al principe austriaco D'Elboeuf, che nel 1709, facendo scavare un pozzo nel bosco dei frati alcantarini, s' imbatté nel muro della scena del teatro; dal 1709 al 1716 l'Elboeuf poté a suo agio perpetrare il primo grave crimine ai danni del più insigne e del meglio conservato monumento di Ercolano; i preziosi marmi del rivestimento e delle architetture della scena vennero tolti, e un buon gruppo di statue, fra cui le cosiddette grande e piccola Ercolanese del museo di Dresda, andò disperso fra varî musei. Scavi regolari s'iniziarono il 1° ottobre 1738 e da quell'anno la storia degli scavi ercolanesi può dividersi in 4 periodi. 1. 1738-1765: fu questo il periodo più eroico e più fortunato degli scavi. Promossi e patrocinati da Carlo di Borbone, vennero diretti (tranne una breve interruzione dal 1740 al 1745) dall'ingegnere militare spagnolo Alcubierre, che ebbe per. suoi assistenti prima l'architetto svizzero Carlo Weber, più diligente e accurato dello stesso Alcubierre, e poi, nell'ultimo anno, Francesco La Vega. Lo scavo si praticò per cunicoli sotterranei, con difficoltà immense, vinte soprattutto per merito delle maestranze locali (i cosiddetti "cavamonti"): le notizie di essi furono date con rapporti giornalieri o settimanali, ma senza, disgraziatamente, il necessario corredo delle piante e dei rilievi, troppo limitati e inadeguati. Si completò l'esplorazione del teatro, si raggiunse, se non l'area del Foro, uno degli edifici pubblici (la cosiddetta Basilica), si rintracciarono più templi e da ultimo, fra il 1750 e il 1765, si esplorò la Villa dei papiri, ricuperando tutto il suo favoloso tesoro di sculture e la biblioteca. Eppure, nonostante questi risultati, poco o nulla si ricava da questi scavi per la conoscenza della città: abbandonati e ricolmati i cunicoli con il cavaticcio delle terre, richiusi i pozzi di discesa e di aerazione, non restò che la pianta schematica delineata dal La Vega e la pianta con molta diligenza eseguita da Carlo Weber della Villa dei papiri. 2. Dopo un'interruzione di 63 anni, gli scavi si ripresero nel 1828 con il lodevole intento di farli all'aperto, così come si praticava ormai da più tempo a Pompei, e continuarono senza gran fervore fino al 1835, mettendosi in luce a stento parte di due isolati di case, fra cui il peristilio della cosiddetta Casa di Argo. 3. Abbandonati nel 1855, gli scavi furono di bel nuovo ripresi 1875; ma non si misero in luce che l'inizio di altre due insulae e il fronte meridionale delle Terme. I lavori si arrestarono sotto la barriera delle case di Resina e dinnanzi all'opposizione dei proprietarî delle terre. 4. Fallito il tentativo, fatto nel 1904 dall'archeologo inglese Carlo Waldstein, di dare agli scavi di Ercolano un'organizzazione internazionale, gli scavi, auspice Benito Mussolini, sono stati nel maggio 1927 ripresi a cura del governo italiano con il fermo proposito di dare ad essi la stessa continuità degli scavi di Pompei. Programma dei nuovi lavori è innanzi tutto quello di scoprire buona parte dell'abitato della città, estendendosi gradatamente verso le zone meno esplorate dai cunicoli dei precedenti scavatori; in un secondo tempo di esplorare le zone suburbane, notoriamente ricche di ville di carattere patrizio. L'organizzazione data ai recenti scavi, e i risultati già conseguiti in questi primi anni, fanno ormai di Ercolano uno dei centri archeologici di maggiore e più vitale interesse per lo studio della città antica
- TIPOLOGIA SCHEDA Fotografia
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CONDIZIONE GIURIDICA
proprietà privata
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 1500953785
- NUMERO D'INVENTARIO da JOV_000393_NP_aa_1 a JOV_000393_NP_af_4
- ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania
- ENTE SCHEDATORE Museo didattico della Fotografia
- DATA DI COMPILAZIONE 2025
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0