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Bastone rungu in legno con parte contundente a forma sferica. Armi come questa sono diffuse in Africa orientale e sono storicamente associate in particolare ai guerrieri Masai che erano soliti usarle in guerra e nelle attività di caccia. Nella cultura Masai il rungu ha un grande valore simbolico e rappresenta lo status di guerriero tra i giovani uomini della comunità. Oltre a essere usati a scopo funzionale questi bastoni possono assumere anche un valore rituale: gli esemplari usati in ambito cerimoniale sono distinguibili dagli altri, generalmente piuttosto grezzi e realizzati in semplice legno duro, per via degli elaborati intagli e dei materiali più pregiati di cui sono fatti. Spesso acquistati come souvenir dai viaggiatori che visitano le terre dei Masai, i bastoni rungu destinai al mercato turistico sono talvolta adornati con decorazioni di perline realizzate dalle donne
- OGGETTO Bastone rungu
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MISURE
Altezza: 865 mm
Larghezza: 77 mm
- AMBITO CULTURALE Ambito Africa Orientale
- LUOGO DI CONSERVAZIONE Castello Reale
- INDIRIZZO Via Francesco Morosini, 3, Racconigi (CN)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE Il rungu possiede un manico a sezione cilindrica e una manopola utilizzata come randello. Quest'arma, diffusa presso diversi gruppi pastorali dal Sud Sudan alla Tanzania, è impiegata sia nell'attività venatoria, per cacciare piccoli quadrupedi, sia negli scontri ravvicinati, per attaccare o difendersi. La manifattura e l'apparato decorativo possono suggerirne anche un uso simbolico, come insegna di status e potere militare fra i guerrieri. Spesso acquistati come souvenir dai viaggiatori che visitano le terre dei Maasai, gruppo etnico che vive tra il Kenya e la Tanzania, i bastoni rungu destinati al mercato turistico sono talvolta decorati con perline. Sin dall’inizio dell’era del colonialismo moderno, nel XVI secolo, viaggiatori ed esploratori dimostrarono interesse nel raccogliere e collezionare oggetti prodotti nei paesi che visitavano. Destinati inizialmente ad essere esposti nelle Wunderkammer, nelle quali personaggi facoltosi dell’alta società europea mettevano in mostra le “artificialia” prodotte da popoli lontani, divennero poi oggetto di studio da parte degli etnografi. Che fosse per studio o per diletto i collezionisti erano interessati ai cosiddetti “curiosa”, artefatti particolari il cui uso era ignoto agli europei e che venivano quindi percepiti come frutti di un ingegno esotico, ma anche agli oggetti di uso quotidiano, a quelli rituali e religiosi, e alle armi. Considerati testimonianze della vita di popolazioni “primitive” e di uno stadio dello sviluppo umano antecedente a quello moderno, tali artefatti erano preziose fonti di informazioni per gli studiosi e interessanti suppellettili esotiche per i ricchi collezionisti. Ben presto si sviluppò un florido mercato per tali oggetti, prodotti talvolta appositamente per essere venduti agli stranieri e in molti altri casi creati originariamente dalle popolazioni locali per il proprio consumo e poi acquistati dai visitatori di passaggio. Nati per l’uso quotidiano e divenuti articoli da collezione, i manufatti delle popolazioni lontane compirono un passaggio simbolico attraverso il quale guadagnarono lo status di oggetti pregiati, degni di essere donati a persone di spicco in occasioni importanti. Seppur in mancanza di documentazione puntuale, si può ipotizzare che l’artefatto in questione sia stato acquisito da uno dei membri della famiglia reale di Savoia durante uno dei tanti viaggi che compirono in Africa. In alternativa potrebbe essere stato portato in Italia da una delegazione diplomatica del continente e dato in omaggio ai Reali. L’oggetto in questione faceva parte di una panoplia, collocata lungo la parete di un corridoio del Castello, composta da 32 oggetti e smontata durante la schedatura (2018) per permettere una migliore conservazione delle opere. La realizzazione della panoplia è attestabile attorno al secondo quarto del secolo XX. Tale scelta espositiva si rifà alla retorica di Regime secondo la quale esporre oggetti "coloniali" o generalmente di civiltà extraeuropee, oltre a soddisfare un certo spirito di curiosità, era un modo per celebrare o esaltare l'arte e l'ingegno della cultura italiana, immensamente superiore, secondo la visione dell’epoca, rispetto a quella di altre popolazioni. L'opera appartiene a un corpus di oggetti extra-europei ricevuti in omaggio dai membri della famiglia reale di Savoia durante i loro viaggi, o offerti da delegazioni diplomatiche in visita in Italia. La consolidata tradizione di scambiarsi doni diplomatici tra monarchi, autorità religiose e capi di Stato è attestata sin dai tempi dell’antico Egitto e tutt’oggi risponde allo scopo di favorire, assicurare e mantenere buoni rapporti tra le parti. I doni, che assumono un valore, oltre che monetario, anche spiccatamente simbolico, sono spesso scelti in quanto rappresentanti l’essenza della Nazione o dell'istituzione che li offre. Si tratta infatti sovente di opere di artigianato, esempi di abilità manifatturiera, beni di lusso e artefatti di importanza storica realizzati con materiali locali. Attraverso l’esibizione di tali doni i dignitari promuovono la propria cultura e la propria patria ai livelli più alti delle pubbliche relazioni
- TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
- CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0100405155
- NUMERO D'INVENTARIO R 7033-7
- ENTE SCHEDATORE Castello di Racconigi
- DATA DI COMPILAZIONE 2018
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DATA DI AGGIORNAMENTO
2022
2024
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0