giacimento in cavità  naturale frequentazione antropica

Rignano Garganico, PERIODIZZAZIONI/ Preistoria/ Paleolitico

Le cavità carsiche, rappresentate dal cosiddetto “Riparo esterno” e dall’attigua grotta di Paglicci, si aprono nella parete calcarea poco al di sotto di uno dei gradoni che contraddistinguono il versante occidentale del Gargano. Il sito di Paglicci fu sede di una serie di campagne di scavo avviate negli anni ’60 del ’900 da F. Zorzi, riprese nel 1971 da A. Palma di Cesnola e proseguite fino al 2001, per poi continuare per diversi anni a partire dal 2002 sotto la direzione di A. Ronchitelli su incarico dell’Università di Siena. La potenza del deposito archeologico rinvenuto all’interno della grotta e nella sua area antistante (Riparo esterno) documenta l’occupazione del sito da parte di diversi gruppi umani a partire dal Paleolitico inferiore (tra 300000 e 200000 anni fa circa) al Paleolitico medio (tra 150000 e 50000 anni fa circa) e fino alla fine del Paleolitico superiore (11000 anni fa circa). Di quest’ultimo periodo, cominciato circa 34000 anni fa, sono rappresentate tutte le culture (Aurignaziano, Gravettiano, Epigravettiano) e le relative articolazioni interne. Il Riparo esterno attiguo alla grotta è stato demolito a seguito di crolli successivi della volta, per cui il suo deposito, dalla potenza di circa 8 m, oggi è completamente allo scoperto. Qui, il Paleolitico inferiore è ben rappresentato negli strati più profondi, da alcuni dei quali (strati 4-3) provengono strumenti litici dell’Acheulano evoluto (intorno a 250000-200000 anni fa), tra cui strumenti litici ritoccati su ambo le facce a forma di mandorla (bifacciali amigdaloidi). Negli strati superiori sono, invece, documentati numerosi elementi litici, ottenuti da schegge spesse e lavorati tramite ritocco profondo, che rimandano al Musteriano (strato 2, databile intorno a 150000 anni fa), quindi al Paleolitico medio. Particolarmente numerosi sono i resti faunistici, pertinenti a cervo, cavallo, stambecco e a piccoli roditori. Nello strato superficiale (strato 1) si attesta la rarefazione di strumenti litici, anch’essi musteriani ma con caratteristiche differenti rispetto agli strumenti documentati nello strato più antico (strato 2). Tali evidenze archeologiche, assieme a resti di ossa animali, provengono principalmente dalla parte basale dello strato 1, corrispondente ad un periodo in cui il riparo poteva essere ancora abitato, collocandosi nel momento iniziale dei crolli, che avrebbero portato di lì a poco alla demolizione dell’intero soffitto. L’imboccatura della grotta venne intercettata tra grandi massi di crollo, presentando un accesso ovviamente diverso da quello originario. Con uno sviluppo in lunghezza pari a 60 m, essa si compone di un’ampia sala, dove il deposito archeologico raggiunge il suo massimo spessore, e di un salone interno a pianta circolare da cui si dipartono alcuni cunicoli. Uno di questi permette di accedere alla piccola sala più interna, dove sono conservate pitture paleolitiche. Un altro cunicolo conduceva, invece, ad una piccola cavità un tempo colma d’acqua e ormai inaccessibile. La grotta costituisce un’importante testimonianza della frequentazione antropica senza soluzione di continuità, specialmente nel Paleolitico superiore. Essa era sede di una vasta gamma di attività umane legate alla sfera quotidiana ma anche a quella spirituale, come provano le strutture di combustione, le superfici di abitato, segnalate dalle ingenti quantità di avanzi di pasto e di manufatti, le sepolture, l’arte mobiliare e quella parietale. In corrispondenza dell’atrio della grotta, dagli strati più bassi del deposito stratificato (strati 26-28) provengono strumenti che rimandano al Paleolitico medio, simili a quelli individuati nello strato 2 del Riparo esterno, mentre in alcuni degli strati superiori (strato 24) sono documentati diversi orizzonti della cultura del Paleolitico superiore dell’Aurignaziano (databili tra 34000 e 290000 anni fa circa). Seguono livelli (strati 23-18B) che vedono il prevalere di punte che, caratterizzate da un ritocco sul margine funzionale all’immanicatura (punte a dorso), rimandano a più fasi del Gravettiano (tra 28000 e 20000 anni fa circa). In questi strati, è inoltre documentata un’ingente quantità di resti faunistici, mentre su alcuni suoli sabbioso-argillosi si impostano focolari. Per di più su alcuni di questi livelli si impostano delle sepolture. Punti di fuoco, con i relativi piani di frequentazione, sono altresì attestati negli strati successivi (strati 18A-2) riferibili a più fasi dell’Epigravettiano (antica, evoluta e finale), con datazioni complessivamente comprese tra 20000 e 11000 anni fa circa. Nella fase evoluta dell’Epigravettiano (intorno a 15000 anni fa) si inseriscono alcuni oggetti d'arte mobiliare, realizzati su osso e su pietra e decorati con figure graffite, mentre all’Epigravettiano finale (tra 14000 e 11000 anni fa) si riferiscono diversi livelli di vita, rappresentati da suoli tendenzialmente limosi, sui quali talvolta insiste una serie di focolari. L’importanza di Grotta Paglicci è, inoltre, dovuta alla scoperta, da parte di F. Zorzi e F. Mezzena nel lontano 1961, di pitture parietali che, riproducenti tre cavalli e cinque impronte di mani, possono essere considerate le sole testimonianze certe di pitture paleolitiche in Italia. Ubicate nella saletta interna della grotta, il sondaggio, eseguito nel cunicolo di accesso all’ambiente, ha permesso di constatare come il livello superiore di questo stretto passaggio possa collocarsi nell’Epigravettiano antico (circa 20.000 anni fa), costituendo quindi un termine ante quem (‘prima del quale’) per la realizzazione delle pitture, ipoteticamente inquadrabili nella precedente età gravettiana

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