LUNI (insediamento)

Ortonovo, 177 a.C - ca 1204

I Romani iniziano ad occupare il territorio su cui sorge la città agli inizi del II sec. a.C. per istituire una testa di ponte in vista della conquista della Spagna. Dopo ripetuti scontri e la deportazione di quarantasettemila Liguri Apuani nel Sannio, nel 177 a.C. duemila cittadini romani, ascritti alla tribù Galeria, partecipano alla deduzione coloniale patrocinata da M. Emilio Lepido, P. Elio Tuberone e Gn. Sicinio, con l'assegnazione di 13 ettari a testa nel territorio compreso dal Magra a Pietrasanta. Tuttavia la nascita di Luna, lungo il litorale dell'antico porto di Selene, non pone fine alla guerra: i Liguri Apuani continuano a devastare l'agro pisano e lunense, fino a quando torna a dirigere le operazioni M. Emilio Lepido che nel 175 a. C., divenuto console per la seconda volta, riesce con il collega P. Mucio Scevola ad ottenere la consegna delle armi. La tregua consente la costruzione del perimetro delle mura e del centro cittadino con edifici pubblici e religiosi, ma la fine dello stato di guerra avviene solo dopo le vittorie di M. Claudio Marcello che nel 155 a.C. celebra il trionfo sui Liguri Apuani. A perenne memoria della definitiva sconfitta, nell'area capitolina della colonia viene eretto uno dei primi monumenti onorari in marmo con la statua del generale vincitore. Delle prime fasi di vita della colonia sono appena individuati l’impianto urbanistico, con la suddivisione in isolati rettangolari allungati, alcuni tratti delle mura, tre porte (nord, est e ovest) e pochi elementi dello sviluppo planimetrico di abitazioni successivamente ristrutturate o totalmente cancellate. Sono invece meglio noti i principali edifici religiosi ovvero il Grande Tempio, con i cicli ad altorilievo dei frontoni in terracotta ispirati alla scultura realizzata a Rodi e a Pergamo, ed il Capitolium che tra la fine del II secolo, o nei primi anni del I a.C., è ristrutturato con un adeguamento a modelli ellenistici. Il fervore edilizio è collegato in primo luogo allo sfruttamento sistematico delle cave di marmo apuane il cui materiale è impiegato sia per la realizzazione di elementi architettonici nei monumenti lunensi, sia per l'esportazione, specie verso Roma. Dal porto della città, che sin dalla fondazione appare inserita in una vasta rete di interessi commerciali, partono infatti le grandi navi lapidarie che trasportano ad Ostia e in tutti gli scali mediterranei, i blocchi - anche semilavorati - del prezioso materiale. E’ probabile che l’attività estrattiva si intensifichi dopo il 42 a.C. quando Ottaviano effettua una nuova deduzione di veterani, di cui dà testimonia la redistribuzione del territorio assegnato ai coloni ed un nuovo reticolo a maglie quadrate si sostituisce alla divisione agraria del II secolo a.C. Durante il regno Tiberio le cave di marmo diventano di proprietà imperiale e la loro conduzione è affidata a liberti e schiavi. Contestualmente l'impiego del marmo è diffuso anche nelle pavimentazioni delle dimore private lunensi: nella Domus degli affreschi, in quella Occidentale e in quella Settentrionale, graniglie in marmo bianco con inserti di marmi pregiati importati dal nord-africa, dalla Grecia e dall'Asia Minore, sono utilizzati negli atri, nei portici e in altri vani di soggiorno. L'approvvigionamento idrico è assicurato, oltre che dai pozzi, anche da una capillare rete di condutture in piombo che raggiunge spazi pubblici e privati. A partire dal regno di Claudio (41-54 d.C.) si realizza un progetto unitario di ridefinizione monumentale del centro cittadino che porta a sostanziali modifiche nell’assetto urbanistico, fino alla totale scomparsa della maggior parte delle strutture delle fasi anteriori. Vengono riedificati i portici del foro e le tabernae sul lato occidentale, contestualmente, il lato meridionale della grande piazza è totalmente riprogettato: in asse con il Capitolium è costruito un grande edificio identificabile in via ipotetica con la Curia, sede delle adunanze del consiglio cittadino, l'Ordo Splendidissimus Lunensium. Ai lati dell'edificio trovano spazio altri complessi monumentali, mentre passaggi scoperti mettono in collegamento con due piazze ed infine con il Cardine Massimo. Sul lato orientale del Foro un intero isolato, di proprietà privata, è abbattuto per la creazione di un grandioso edificio di culto inserito nella cornice monumentale di un porticato con accesso dal Decumano Massimo. Di fianco al Capitolium, l'ala orientale del triportico è occupata da una grande aula delimitata da colonne, identificata con la Basilica Civile. Nella prima età imperiale la città assume dunque una fisionomia fastosa e raffinata di cui oggi restano solo scarse testimonianze in elevato: porticati fiancheggiano le vie selciate con grandi basoli, gli spazi pubblici sono pavimentati con preziose lastre marmoree, inoltre fontane e giardini allietano monumenti e residenze private. Imponenti statue in marmo degli imperatori e dei membri delle loro famiglie affollano i porticati e i luoghi dedicati, nella grande piazza del foro due basamenti testimoniano la presenza di monumenti equestri in bronzo. Il clima di generale benessere si protrae anche nei secoli successivi, nell’età degli Antonini e dei Severi (II e III secolo d.C.). Numerosi documenti epigrafici segnalano ancora la benevolenza degli imperatori e la munificenza di cittadini facoltosi che, nella realizzazione di opere pubbliche a spese del proprio patrimonio, trovano conferma del proprio prestigio personale. Nel IV secolo anche Luna risente della crisi generale comune al resto dell’impero, localmente aggravata dal crollo degli edifici pubblici e privati a seguito di un terremoto rovinoso, attestato dalle ricerche archeologiche ma non dalle fonti scritte. L’impossibilità di una lettura organica dei diversi elementi che costituiscono le tracce dell'insediamento successivo la distruzione della città alla fine del secolo, è determinata sopratutto dalle bonifiche agricole che per lungo tempo hanno interessato il sito archeologico, asportando la stratigrafia relativa alle fasi più recenti. Alcune aree urbane vengono risistemate con interventi anche di notevole entità, come quelli documentati alla Domus dei Mosaici, nell’ala settentrionale del Capitolium e della Basilica civile, spesso reimpiegando materiali architettonici e di arredo degli edifici pubblici distrutti. Profonde trasformazioni si registrano pure nel quadrante sud occidentale della città dove, riutilizzando le stutture della domus di Oceano, viene edificata una domus ecclesiae poi trasformata, nella seconda metà del V secolo, in Basilica Cristiana. L’evento risulta in concomitanza con l’ascesa alla cattedra episcopale di Felice, vescovo lunense menzionato fra i partecipanti al sinodo romano del 465. Negli anni successivi l’occupazione militare del generale Narsete nel 552, Luna diviene centro della provincia “Maritima Italorum” bizantina e l’ecclesia viene totalmente rinnovata grazie all’intervento di Geronzio famulus Christi. Stando alla tradizione storica, durante la conquista della costa dalla Tuscia, il re longobardo Rotari, nel 643, distrugge le mura di Luni e devasta la città, tuttavia diversi indizi inducono a considerare la dominazione longobarda come un periodo nel quale i vescovi lunensi godono di una certa autonomia politica e amministativa. La cronaca devozionale narra che nel 782 giunge a Luni il famoso Volto Santo, crocifisso ligneo scolpito da Nicodemo d’Arimatea, che custodisce anche l'ampolla del Sangue di Cristo: mentre il simulacro è trasferito a Lucca, la preziosa reliquia rimane nella cattedrale lunense che, in età carolingia, è interessata da una profonda ristrutturazione e risulta dotata della prima cripta semianulare e appunto della camera delle reliquie. Nell’845 Luni entra a far parte della marca della Tuscia sotto il controllo della famiglia degli Adalberti; la testimonianza di Prudenzio, vescovo di Troyes, riferisce che Mauri et Sarraceni devastano il litorale da Luni alla Provenza nel corso dell’incursione dell’849, senza incontrare resistenza. Nell’860, proprio nella cattedrale, sono ambientate le fasi salienti della vicenda di Hasting, pirata danese che, fintosi morto, durante la cerimonia funebre celebrata nella chiesa, “risuscitando” dalla bara, mette a saccheggio la città, scambiata per Roma, riducendola in cenere. Mancano indicazioni precise circa le incursioni a Luni per il X secolo; con l’incoronazione di Berengario II a re d’Italia nel 966, Luni è una città marinara della marca obertenga, dotata di una flotta a difesa degli attacchi mussulmani, nondimeno nell'anno 1015, si registra l'incursione dei pirati della flotta di Mugiahid che costringono alla fuga il vescovo. Alla fine del XI secolo, così come riportato nel Codice Pelavicino, Luna è posta sotto la protezione di Federico Barbarossa e del figlio Enrico VI, mentre ai vescovi viene concesso il diritto di pedaggio del porto. I rinvenimenti monetali confermano la vitalità commerciale e gli scambi a testimonianza di un insediamento ancora produttivo, ma l’impaludamento del portus Lunae e la conseguente malaria provocano il graduale abbandono della pianura sabbiosa, tanto da determinare, nel 1204, il trasferimento della cattedra episcopale a Sarzana. Tuttavia perdura, tenace, il legame spirituale ed ideale con la cattedrale lunense: ancora per tutto il XIII secolo i vescovi tornano a Luni in occasione delle cerimonie solenni feudali e religiose. Dante, che soggiorna a Sarzana nel 1306 per conto dei Malaspina, ricorda Luni fra le città morte

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