Lavoro/artigianato Gian Luigi Bravo Parole chiave etnoantropologiche , Torino, Dipartimento di Scienze Antropologiche, Università di Torino, 1995,

La produzione dei remi subisce un primo grande cambiamento nel dopoguerra, quando la gestione della selvicoltura ha subito notevoli trasformazioni perché si è industrializzata; i tronchi venivano trasformati in tavole in segheria, era così sparita l’antica pratica dello spacco effettuata dal piccolo proprietario del bosco. La qualità del faggio prodotto era quindi molto bassa, in compenso, i traffici commerciali internazionali divenuti più intensi nel dopoguerra, avevano consentito l’introduzione di nuove essenze, come la “noce mansonia” che proveniva dall’Amazzonia che provocava problemi di salute ed è stata poi vietata ma, soprattutto, è arrivato il #ramin#, un legno esotico che proviene dalla Malesia e che, in assoluto, fra le specie conosciute è il più rigido, pur avendo un peso specifico inferiore al faggio, ed è molto più stabile, non si storce molto; rispetto al faggio, tuttavia, si consuma di più e tende a fessurarsi. L’introduzione del #ramin# ha portato ad un notevole salto di qualità ed ha rivoluzionato soprattutto la produzione dei remi da regata. Nell’arco di qualche decennio, tuttavia, l’impiego massiccio del #ramin# nell’industria del mobile ha portato alla devastazione delle foreste; in molti casi, al loro posto, sono state impiantate coltivazioni di palma da olio e il #ramin# è diventato introvabile. Attualmente si trova soltanto qualche tavola sottile e per questa ragione i remi con diametri superiori ai 40 millimetri devono essere costruiti a strati, mentre i remi di faggio potevano essere costruiti anche senza riporti o, al massimo, se ne metteva uno. Nel 1975, quando l’informatore ha iniziato la sua attività, il legno utilizzato per la costruzione dei remi era dunque il #ramin# anche se, agli inizi, vi era una certa diffidenza verso questo nuovo materiale tanto che ricorda che il suo maestro dava una mano di colore al remo e “diceva che era faggio”. Altri cambiamenti iniziano già negli anni Trenta, Quaranta del Novecento, quando la #dolaóra# viene sostituita dalla pialla a filo e dalla sega, la sgrossatura si effettuava a macchina portando a misura perfetta il pezzo che poi si finiva a mano. Oggi si utilizzano anche piallette più leggere per asportare sottili strisce di legno, mentre “il mio maestro era contrario a queste macchine utensili, queste lavorazioni si facevano con il piallone, detto #soramàn# e con le pialle di vario tipo che hanno il ferro più in fuori e tondeggiante per sgrossare o più a filo e dritto per finire”. La lavorazione del “remo di #ramin# si fa dalla tavola, si tracciano i due remi incrociati, si tagliano con la sega, si aggiungono i coltelli, si sgrossano e si finiscono a mano”. L’artigiano sottolinea che ha apportato un’innovazione a tale procedura, in particolare, poiché l’arrotondamento del #girón# comporta una lavorazione piuttosto lunga, ha iniziato a tagliare le tavole, le ha rettificate e poi calibrate con la pialla a filo, in modo da avere diversi calibri per diversi remi. Questi prismi possono essere sbozzati con una fresa a quarto di cerchio. Vi è, comunque, ancora una lunga fase di lavoro che viene eseguita a mano, soprattutto la parte conica dal remo, che non può essere realizzata a macchina. Con questa innovazione la procedura di lavoro è più veloce e consente al legno una fase di assestamento. Anche questa prassi, tuttavia, è oggi diventata di difficile attuazione in quanto la mancanza di tavole grosse di #ramin# l’ha resa più difficile. Per questa ragione c’è un ritorno alla lavorazione a mano. La pala, in #ramin#, è costituita da due #scovetti# e da un triangolo ricavati dallo stesso legno in modo che abbiano lo stesso peso, mentre la parte più esterna, detta coltello, è tuttora realizzata in faggio così come prevede la tradizione. Anche nella fase finale della lavorazione, la finitura, sono sati apportati dei cambiamenti in quanto oggi si utilizzano dapprima le pialle, poi il raschietto, la carta da vetro, l’olio paglierino e l’ olio di lino cotto che permette alla vernice di aggrapparsi. Una volta i remi venivano invece finiti a olio cotto con tante mani e ci voleva molto più tempo. Un remo di #ramin# così lavorato dura meno di quello realizzato in faggio, ma è possibile sostituire le parti consumate, in genere ogni due anni.

  • FONTE DEI DATI Regione Veneto
  • SOGGETTO Lavoro/artigianato Gian Luigi Bravo Parole chiave etnoantropologiche , Torino, Dipartimento di Scienze Antropologiche, Università di Torino, 1995
  • TIPOLOGIA SCHEDA Beni demoetnoantropologici immateriali
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA S119
  • ENTE SCHEDATORE Regione Veneto
  • DATA DI COMPILAZIONE 2013